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Oggi è il giorno:
Antonio Averlino, detto il Filarete, fu grande tra i grandi architetti del '400, ma la possente torre che da lontano segnala il Castello e che da lui prende nome è stata costruita da un altro, più di quattro secoli dopo la morte dell'artista. Infatti, il Castello Sforzesco così come lo vediamo oggi è il risultato del 'restauro inventivo', eclettico e smagliante, condotto tra '800 e '900 da Luca Beltrami. Fu una storia di sangue e di feste, di sfarzo e di morte, quella del castello voluto in porta Giovia nel 1358 da Galeazzo II. Questo primo castello venne distrutto nel triennio repubblicano (1447-1450) succeduto alla morte dell'ultimo Visconti, Filippo Maria. Fu il genero Francesco Sforza, da condottiero di ventura asceso a nuovo duca, a farlo riedificare sulle antiche fondamenta: perciò è detto ancor oggi Sforzesco. Assassinio intrighi e violenze non impedirono gli abbellimenti, soprattutto durante il governo di Ludovico il Moro, quando Milano sembrò all'apice delle sue fortune. Nell'opera vengono coinvolti artisti quali Bernardino Zenale, Bernardino Butinone, Bramante e, naturalmente, Leonardo, al quale si deve tra l'altro la regìa della splendida festa che suggella le nozze del Moro con Beatrice d'Este, del 1491. Ma la caduta degli Sforza e l'infuriare delle Guerre d'Italia segnano l'inizio della decadenza, Passando da un'occupazione a un'altra (spagnoli, austriaci, francesi e ancora austriaci) il castello si riduce sempre più a fortilizio e caserma. Alla fine dell'800 toccherà all'eclettico Luca Beltrami operare in tal senso, a Italia unificata, magari, perché no?, celando in un torrione un serbatoio per l'acqua potabile. Reinserirlo nel tessuto urbano ha significato anche conferire al luogo una nuova funzione fino all'attuale 'cittadella dei musei', visibile memoria della storia milanese. Qui sono conservati documenti d'archivio e opere d'arte, ma soprattutto sono concrete le memorie fisiche di edifici scomparsi: tale, ad esempio, la statua equestre di Bernabò Visconti, in origine nella chiesa di S. Giovanni in Conca, già mausoleo dei Visconti del quale resta solo un mozzicone di abside assediato dai tram in piazza Missori; o il portone del distrutto palazzo di via Filodrammatici donato da Filippo Maria a Cosimo Medici il Vecchio; o, ancora, alcuni capitelli del Coperto dei Figini spianato dal piccone ottocentesco. E questo, in una città che sposta e fagocita com'è Milano, non è davvero cosa di poco momento.